Panel ETHMilan 2026 su TradFi e DeFi con Chiara El Rikabi, Andri C. Gmünder, Kean Gilbert, Joseph Axisa e Martina Casalini
ETHMilan 2026: panel istituzionale sul ponte tra finanza tradizionale e finanza decentralizzata.
ETHMilan 2026 · TradFi · DeFi · Istituzioni

ETHMilan 2026: il ponte tra TradFi e DeFi per gli istituzionali

Nel panel “Bridging TradFi and DeFi: How Institutions Are Entering On-Chain”, ETHMilan 2026 ha messo al centro una domanda molto concreta: la finanza tradizionale sta davvero entrando on-chain, oppure siamo ancora nella fase delle dichiarazioni di principio?

Il vero ponte tra TradFi e DeFi non è uno slogan. È una sequenza di passaggi: regolamentazione, custodia, prodotti comprensibili, staking, educazione, fiducia e gestione del rischio.

Per anni la finanza tradizionale e la finanza decentralizzata sono sembrate due mondi separati, quasi incompatibili. Da una parte banche, fondi, broker, prodotti quotati, regole, custodia, procedure interne e responsabilità precise. Dall’altra protocolli on-chain, wallet, smart contract, stablecoin, staking, liquidità globale e infrastrutture aperte.

Il panel istituzionale di ETHMilan 2026, moderato da Martina Casalini, co-founder di LuminaX Finance, ha affrontato proprio questo punto: non più se la finanza tradizionale entrerà nel mondo degli asset digitali, ma come lo farà, attraverso quali strumenti, con quali limiti e con quale livello reale di integrazione con la DeFi.

Sul palco sono intervenuti Chiara El Rikabi di 21Shares, Andri C. Gmünder di Ledger Enterprise, Kean Gilbert di Lido e Joseph Axisa di Axis Group. Ognuno ha portato una prospettiva diversa: prodotti regolamentati, custodia istituzionale, staking, compliance, MiCA, accesso bancario e rapporto tra infrastruttura on-chain e operatori finanziari tradizionali.

Il punto più interessante è che il panel non ha raccontato una semplice “adozione crypto” da parte delle banche. Ha mostrato qualcosa di più profondo: la nascita di un ponte ancora incompleto, dove TradFi e DeFi stanno cercando di parlarsi, ma non sempre usano lo stesso linguaggio.

I punti chiave del panel

  • Le istituzioni non entrano on-chain come utenti retail: hanno bisogno di custodia, controlli, responsabilità e procedure compatibili con il proprio modello operativo.
  • MiCA è un passo avanti, ma non risolve tutto: soprattutto quando si parla di DeFi, protocolli ibridi e implementazioni on-chain.
  • Gli ETP crypto funzionano da ponte: permettono esposizione agli asset digitali attraverso strumenti più familiari alla finanza tradizionale.
  • Lo staking istituzionale richiede un linguaggio diverso: non solo decentralizzazione, ma anche liquidità, diversificazione e gestione del rischio.
  • Il vero ostacolo è culturale: prima ancora della tecnologia, serve educazione finanziaria e un linguaggio comprensibile.

Martina Casalini

Co-founder, LuminaX Finance. Moderazione del panel e filo conduttore sul bridging tra TradFi e DeFi.

Chiara El Rikabi

21Shares. ETP crypto, accesso regolamentato agli asset digitali e cultura finanziaria italiana.

Andri C. Gmünder

Ledger Enterprise. Custodia istituzionale, sicurezza operativa e adozione bancaria.

Kean Gilbert

Lido. Staking istituzionale, liquid staking e linguaggio della diversificazione.

Joseph Axisa

Axis Group. MiCA, compliance, regolamentazione europea e rapporto tra DeFi e istituzioni.

TradFi e DeFi: due mondi che stanno iniziando a convergere

Per capire il tema del panel bisogna partire da una distinzione semplice. La TradFi, cioè la finanza tradizionale, è il mondo delle banche, dei fondi, degli intermediari, dei prodotti quotati, della custodia regolamentata e delle procedure di controllo. È il sistema che la maggior parte delle persone utilizza ogni giorno, spesso senza conoscere davvero cosa accade dietro un conto corrente, una piattaforma di brokeraggio o un prodotto finanziario.

La DeFi, invece, è la finanza decentralizzata. In termini semplici, è un insieme di protocolli che permette di scambiare, prestare, prendere in prestito, mettere a rendimento tecnico o utilizzare asset digitali direttamente su blockchain, senza passare necessariamente da un intermediario tradizionale. Il suo punto di forza è la programmabilità: il denaro può muoversi dentro regole scritte nel codice, disponibili 24 ore su 24, su infrastrutture globali.

Ma questa libertà porta anche complessità. Un utente crypto-native può accettare wallet, seed phrase, smart contract, multisig, gas fee, bridge e protocolli composabili. Una banca, un fondo pensione, una compagnia assicurativa o un asset manager non ragionano così. Hanno bisogno di procedure, autorizzazioni, responsabilità chiare, gestione del rischio, custodia professionale e prodotti comprensibili per i propri comitati interni.

Ed è qui che nasce il ponte: non una sostituzione immediata della finanza tradizionale da parte della DeFi, ma una fase intermedia in cui gli strumenti on-chain vengono resi accessibili attraverso forme più familiari agli istituzionali.

La finanza tradizionale non entrerà nella DeFi copiando il comportamento di un utente esperto. Entrerà quando la DeFi sarà tradotta in processi, prodotti e controlli che le istituzioni possono approvare.

Martina Casalini: la domanda centrale non è “se”, ma “come”

Il ruolo di Martina Casalini è stato centrale perché ha guidato il confronto partendo da una domanda concreta: come si stanno muovendo gli istituzionali nel percorso tra TradFi e DeFi?

La moderazione ha collegato i diversi pilastri del panel: compliance, custodia, ETP crypto, staking, tokenizzazione, banche, prodotti regolamentati e infrastrutture on-chain. Il filo conduttore era chiaro: il mercato non è più nella fase in cui gli operatori tradizionali si chiedono soltanto se prendere in considerazione gli asset digitali. La domanda si sta spostando su un piano più operativo: da dove iniziare, con quali partner, con quali prodotti, con quali garanzie e con quale esposizione al rischio.

Questo cambio di prospettiva è importante. Quando un’istituzione entra nel mondo crypto non si limita ad aprire un wallet e interagire con un protocollo DeFi come farebbe un utente esperto. Deve costruire un percorso compatibile con responsabilità legali, risk management, audit, custodia, liquidità, reporting e requisiti regolamentari.

In altre parole, il problema non è solo tecnologico. È organizzativo, legale, culturale e operativo. Ed è proprio qui che si misura la maturità del settore.

Joseph Axisa: MiCA, compliance e il rischio di una regolamentazione frammentata

Joseph Axisa, managing partner di Axis Group, ha portato nel panel la prospettiva legale e regolamentare. Il suo intervento ha toccato uno dei nodi più delicati per l’Europa: la regolamentazione crypto, in particolare MiCA, è un passo avanti, ma non risolve ancora completamente il rapporto tra DeFi, operatori on-chain e istituzioni.

L’Europa ha costruito un quadro importante per gli emittenti di token e per molti operatori centralizzati. Tuttavia, quando si entra nel territorio della DeFi, dei protocolli ibridi e delle implementazioni on-chain, la situazione diventa meno chiara. Il problema non è soltanto avere una legge scritta, ma capire come quella legge viene interpretata dai diversi regolatori nazionali.

Questo è un punto essenziale. MiCA nasce con l’obiettivo di armonizzare il mercato europeo degli asset digitali. In teoria, dovrebbe creare regole comuni. Nella pratica, però, ogni autorità nazionale può avere tempi, approcci e sensibilità diverse. Un progetto crypto complesso può essere interpretato in modo diverso a Malta, in Spagna, in Italia o in altri Paesi europei.

Per una grande istituzione questa incertezza può essere gestibile, perché dispone di capitali, consulenti, strutture di compliance e tempi lunghi. Per una startup o per un protocollo più piccolo, invece, il costo di accesso può diventare molto pesante. Il rischio, quindi, è che l’Europa costruisca un sistema formalmente regolamentato ma poco favorevole all’innovazione, soprattutto per chi non ha già dimensioni istituzionali.

Il punto regolamentare

Il nodo non è scegliere tra regole e innovazione. Il nodo è costruire regole che proteggano il mercato senza bloccare ciò che rende la DeFi diversa: apertura, composabilità, trasparenza e accesso globale.

Andri C. Gmünder: la custodia non è un dettaglio tecnico

Andri C. Gmünder, BD Lead Europe di Ledger Enterprise, ha portato una prospettiva molto pratica: quella della custodia istituzionale e dell’adozione bancaria.

Il suo intervento ha fatto emergere un passaggio importante. Fino a poco tempo fa, molte banche si chiedevano se dovessero occuparsi davvero di asset digitali. Oggi la domanda sembra cambiata: molte non chiedono più “dobbiamo farlo?”, ma “come possiamo farlo?”.

Questo non significa che l’adozione sia semplice. Anzi, il problema principale è proprio la complessità. Una banca che entra nel mondo degli asset digitali deve capire quale servizio offrire, come custodire gli asset, quali rischi assumere, quali partner scegliere, quale infrastruttura utilizzare e come spiegare tutto questo internamente.

La custodia è uno dei punti più delicati. Nel mondo crypto si ripete spesso “not your keys, not your coins”, ma per un’istituzione la gestione delle chiavi non può essere improvvisata. Non basta possedere una chiave privata: bisogna avere policy, controlli, autorizzazioni multiple, sicurezza operativa, procedure di recupero, audit e responsabilità definite.

In questo senso, la custodia istituzionale non è un dettaglio tecnico. È una delle condizioni che possono permettere alla finanza tradizionale di accedere agli asset digitali senza esporsi a rischi non gestibili.

Senza custodia istituzionale, molte banche non possono entrare nel mondo degli asset digitali. Non perché non vogliano, ma perché il loro modello di responsabilità non glielo consente.

Chiara El Rikabi: ETP, accesso regolamentato e cambio culturale

Chiara El Rikabi, Director e Head of Italy & Ticino di 21Shares, ha portato la prospettiva degli ETP crypto e dell’accesso regolamentato agli asset digitali attraverso canali tradizionali, come banche e piattaforme di brokeraggio.

Un ETP crypto, spiegato in modo semplice, è un prodotto quotato che permette di ottenere esposizione a un asset digitale senza dover gestire direttamente wallet, chiavi private o protocolli on-chain. Per molti investitori istituzionali questo formato è più comprensibile perché assomiglia a strumenti già conosciuti: ha una struttura regolamentata, una sede di negoziazione, un emittente, un custode e procedure più vicine al mondo finanziario tradizionale.

Il punto sollevato da Chiara è particolarmente rilevante per il mercato italiano. Molti operatori istituzionali, come fondi pensione, fondi comuni e assicurazioni, hanno ancora una partecipazione limitata al mercato crypto. Non solo per ragioni tecniche o normative, ma anche culturali.

In Italia, il risparmiatore e molti operatori tradizionali hanno storicamente un approccio prudente. Il tema crypto viene spesso associato a volatilità, speculazione e complessità. Per questo, strumenti regolamentati come gli ETP possono funzionare da ponte: non eliminano i rischi dell’asset sottostante, ma rendono l’accesso più familiare per chi arriva dalla finanza tradizionale.

Uno dei passaggi più interessanti riguarda il cambio di mentalità. Non basta creare un prodotto quotato. Serve educazione. Serve aiutare banche, consulenti, gestori e operatori professionali a comprendere che gli asset digitali non sono più soltanto un fenomeno speculativo di nicchia, ma una tecnologia finanziaria che sta entrando progressivamente dentro i mercati tradizionali.

Kean Gilbert: staking, Lido e il linguaggio della diversificazione

Kean Gilbert, Head of Institutional Relations di Lido, ha affrontato il tema dello staking e del liquid staking nel contesto istituzionale.

Lo staking, in modo semplice, è il meccanismo con cui alcuni asset digitali vengono utilizzati per contribuire alla sicurezza di una blockchain proof-of-stake. In cambio, il protocollo può generare ricompense. Ma per un’istituzione il problema non è solo capire cosa sia lo staking. Il problema è renderlo compatibile con prodotti, custodia, liquidità, tempi di rimborso e gestione del rischio.

Qui entra in gioco il liquid staking. A differenza dello staking nativo, che può avere tempi di uscita variabili, il liquid staking introduce maggiore flessibilità perché permette di rappresentare la posizione staked attraverso un asset liquido. In un contesto istituzionale, questa differenza può essere importante, soprattutto quando un prodotto deve rispettare finestre di rimborso o requisiti operativi precisi.

L’aspetto più interessante dell’intervento di Kean riguarda il linguaggio. Nel mondo crypto si parla spesso di decentralizzazione. Nel mondo istituzionale, invece, una parola più comprensibile può essere “diversificazione”. Dire a un comitato rischi che un’infrastruttura riduce il single point of failure può essere più efficace che usare solo termini ideologici o crypto-native.

Per portare la DeFi nel mondo istituzionale non basta costruire tecnologia. Bisogna tradurre quella tecnologia in categorie comprensibili da chi lavora con procedure, responsabilità e modelli di rischio tradizionali.

Il vero ostacolo non è solo tecnico: è culturale

Uno dei messaggi più forti del panel è che la barriera tra TradFi e DeFi non è soltanto tecnologica. È culturale.

La DeFi usa parole, strumenti e logiche che per un utente crypto-native sono normali: wallet, DAO, smart contract, multisig, staking, stablecoin, protocollo, bridge, liquidity pool. Ma per molti operatori tradizionali questi concetti richiedono tempo, formazione e soprattutto fiducia.

Questo spiega perché gli istituzionali tendono a entrare attraverso prodotti familiari. Un ETP, una nota strutturata, un prodotto custodito, una soluzione di staking integrata o un’infrastruttura di custodia professionale sono strumenti più vicini al loro modo di lavorare.

La blockchain può rimanere “sotto il cofano”, come infrastruttura tecnica, mentre l’esperienza esterna resta più simile a quella della finanza tradizionale. Da un lato questo può accelerare l’adozione. Dall’altro apre una domanda delicata: se la DeFi viene filtrata da prodotti sempre più istituzionali, quanto resta della sua natura originaria?

Il vantaggio dell’istituzionalizzazione

Può portare capitali, maggiore fiducia, standard operativi, prodotti più comprensibili, custodia professionale e una comunicazione più adatta a banche, fondi e operatori regolamentati.

Il rischio da osservare

Se tutto viene filtrato da pochi intermediari, la DeFi rischia di perdere parte della sua apertura originaria e di ricreare on-chain alcune concentrazioni tipiche della finanza tradizionale.

La domanda scomoda: integrazione o istituzionalizzazione?

Il cuore del panel, a mio avviso, è proprio qui. Il ponte tra TradFi e DeFi può prendere due direzioni diverse.

La prima è una vera integrazione: la finanza tradizionale utilizza la tecnologia on-chain per migliorare trasparenza, efficienza, settlement, accesso globale e programmabilità, senza cancellare i principi fondamentali della decentralizzazione.

La seconda è una semplice istituzionalizzazione della crypto: gli asset digitali vengono impacchettati dentro prodotti tradizionali, custoditi da pochi grandi operatori, regolati secondo logiche centralizzate e resi accessibili solo attraverso intermediari già esistenti.

La realtà probabilmente sarà una combinazione delle due. Alcuni capitali entreranno attraverso strumenti regolamentati e intermediati. Altri, con il tempo, potranno interagire più direttamente con infrastrutture on-chain, soprattutto quando aumenteranno competenze, sicurezza, chiarezza normativa e familiarità operativa.

Ma il punto non è ideologico. Il punto è capire se questo ponte porterà più apertura o solo una nuova forma di intermediazione.

Tokenizzazione, stablecoin e infrastrutture on-chain: dove può nascere il ponte reale

Nel percorso tra TradFi e DeFi ci sono alcuni elementi che possono diventare davvero decisivi.

Il primo è la tokenizzazione, cioè la possibilità di rappresentare asset reali o finanziari su blockchain. In teoria, questo può rendere alcuni strumenti più efficienti, più trasferibili e più integrabili con protocolli digitali. Ma non basta creare un token perché un mercato diventi automaticamente liquido. Serve utilità reale, domanda, infrastruttura, compliance e integrazione con mercati esistenti.

Il secondo elemento sono le stablecoin. Una stablecoin è un asset digitale progettato per mantenere un valore stabile rispetto a una valuta tradizionale, come dollaro o euro. Le stablecoin sono importanti perché possono funzionare come ponte tra denaro tradizionale e infrastrutture on-chain, soprattutto nei pagamenti, nel settlement, nella tesoreria aziendale e nei mercati globali.

Il terzo elemento è la custodia istituzionale. Senza custodia sicura, procedure chiare e strumenti professionali, molti operatori regolati non potranno esporsi direttamente agli asset digitali.

Il quarto elemento è lo staking istituzionale, soprattutto quando viene integrato in prodotti che rispettano esigenze di liquidità, diversificazione e controllo del rischio.

Il quinto elemento è la regolamentazione. Non come freno automatico, ma come cornice che permette a grandi operatori di entrare senza dover navigare in un territorio completamente incerto.

La sintesi più importante

TradFi non adotterà la DeFi perché “è innovativa”. La adotterà dove vedrà strumenti più efficienti, più controllabili, più trasparenti e compatibili con il proprio modello di responsabilità.

Cosa significa tutto questo per chi segue il settore crypto

Se segui Bitcoin, Ethereum, DeFi o il mondo degli asset digitali, questo panel offre una lezione importante: l’adozione istituzionale non avviene quasi mai nel modo romantico immaginato dai crypto-native.

Le banche non entrano aprendo semplicemente un wallet e usando un protocollo decentralizzato come farebbe un utente esperto. Gli asset manager non allocano capitale senza procedure interne. Le assicurazioni e i fondi pensione non si muovono solo perché una tecnologia è innovativa.

Gli operatori regolati hanno bisogno di percorsi graduali, linguaggio comprensibile e strumenti compatibili con la loro struttura. Questo può sembrare lento, ma è anche il modo in cui la finanza tradizionale assorbe le nuove infrastrutture: prima le osserva, poi le incapsula in prodotti comprensibili, poi le integra nei propri sistemi, e solo dopo inizia a modificarne davvero i processi.

La domanda da tenere aperta è se questo processo porterà più efficienza, più trasparenza e più accesso, oppure se finirà per ricreare sulla blockchain le stesse concentrazioni del sistema tradizionale.

La mia lettura: la DeFi entrerà in TradFi prima che TradFi entri davvero in DeFi

La mia impressione, ascoltando questo panel, è che il ponte tra i due mondi non sarà immediatamente simmetrico.

Non vedremo da un giorno all’altro banche, fondi pensione o assicurazioni operare direttamente come utenti crypto-native dentro protocolli DeFi. Molto probabilmente accadrà prima il contrario: elementi della DeFi entreranno dentro prodotti, strutture e interfacce TradFi.

La blockchain resterà sotto il cofano. La custodia sarà gestita da operatori professionali. Il rischio sarà impacchettato in strumenti più familiari. La compliance farà da filtro. Gli utenti finali vedranno prodotti più semplici, mentre dietro si muoveranno asset digitali, stablecoin, staking, tokenizzazione e infrastrutture on-chain.

La vera adozione istituzionale non arriverà quando tutti useranno direttamente un wallet. Arriverà quando la tecnologia on-chain sarà integrata in strumenti che le istituzioni possono comprendere, controllare e approvare.

Conclusione: il ponte è iniziato, ma non è ancora completo

Il panel di ETHMilan 2026 ha mostrato con chiarezza che il dialogo tra TradFi e DeFi è entrato in una fase più matura. Non siamo più soltanto nel tempo delle narrative. Siamo nel tempo delle domande operative: custodia, compliance, ETP, staking, tokenizzazione, stablecoin, liquidità, gestione del rischio e linguaggio comune.

La finanza tradizionale cerca strumenti che possa comprendere e controllare. La DeFi offre infrastrutture programmabili, globali e aperte. Il ponte tra questi due mondi nascerà davvero solo dove riusciranno a incontrarsi senza cancellare ciò che rende ciascuno utile: da una parte fiducia, governance e regole; dall’altra trasparenza, accesso e innovazione tecnologica.

La direzione sembra chiara, ma il risultato non è scontato. L’ingresso degli istituzionali può portare capitali, maturità e legittimazione. Allo stesso tempo, può anche portare centralizzazione, complessità e nuove forme di intermediazione.

Per questo vale la pena osservare il fenomeno con lucidità, senza entusiasmo cieco e senza rifiuto ideologico. La vera domanda non è se TradFi e DeFi si incontreranno. La vera domanda è che tipo di finanza nascerà da questo incontro.

Il futuro non sarà una vittoria della TradFi sulla DeFi, né della DeFi sulla TradFi. Sarà una convergenza selettiva: ciò che funziona davvero verrà integrato, ciò che resta solo narrativa verrà lasciato indietro.

Ed è proprio questa, forse, la fase più interessante del settore: quella in cui la crypto smette di chiedere fiducia sulla base della promessa e inizia a costruirla attraverso infrastruttura, regole, prodotti, responsabilità e cultura.

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Sul mio blog continuerò ad analizzare i panel più interessanti di ETHMilan 2026, con un taglio semplice, pratico e orientato alla comprensione reale della finanza digitale.

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Luciano Novello

Luciano Novello

GoMining Ambassador · Blogger · Content Creator · Coach Metodo MRC

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